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“Diario pubblico”
di Giovanni Torres La Torre


Al Maestro Calogero Giallanza


“Insieme, ogn’uno con la propria solitudine
nel patto con la vita”,
sussurrò ombra musicale di flauto traverso.
“Un attimo”, annuì con grazia di sempre
la luna, “di luce infinita illumino il tuo viaggio,
prendo per mano il tuo notturno
nel ricordo che ci sono amori
che non si dimenticano del tutto
e che la musica riesce a raccontare”.
“Conosco quei nidi nascosti di suoni e silenzi”,
confidò, lusingata, levità d’ombra,
sostano là ove il sogno
continua il suo monologo interiore”.
Di rimando, la bella signora:
“Voci della storia,
meritano di essere rivissute, oh notturno d’ombra!
sommessa grazia di emozione
la segno nella memoria”.
Disparve dietro nuvole di note in uno scialle di seta
perché non si disperdesse
la trasparenza inquieta
di quella camicetta bianca.

Capo d’Orlando, Maggio 2020

Può accadere di perdersi
in viali di intrecci di silenzi
di chiome che serpeggiano.
Si dipana scheletro di un sogno
le cui orme non hanno ancora
smarrito i nomi
che sappiano indicare
una via d’uscita.

Nell’intenso dettaglio del niente
è possibile trapeli
un segnale di luce
di piccole cose
della storia di una vita
che solo un rigattiere
riesce a percepire.

Capo d’Orlando, contrada S. Gregorio, Maggio 2020

Di Giovanni Torres La Torre

Questo amore che torna
con passi sicuri
tra vigne
ove forse autunno ci porterà
con colori di tenerezza,
questo giorno, madre
non voglio finire di vivere con te,
perchè andandomene
tu avrai capito
che potrò perdere la testa.
Ma quando dovrò partire,
come dirti che ho un’altra madre
quella del ragazzo ammazzato come un coniglio,
come dirti che potevo essere io a non tornare
dal sentiero della speranza
e non farti capire
che il mio abbraccio
era per l’ultima volta?

Formica mia,
come nei giorni di freddo
ci raccoglievi
attorno alla rosa che calava
sul pane che in estate avevi preso
spiga a spiga
su quel palmo di terra e ferite
ove noi eravamo leggenda.
Come crescemmo in fretta
per scappare da casa,
in cerca di frutti,
e come fummo assassini
appena capaci di tirare la fionda.

Di Giovanni Torres La Torre

A te madre ritorno
quando la luce
dai colli ultimi dell’orizzonte
trabocca nel sonno
e col pianto alle mani
ti porgo i miei anni
nel ricordo bianco
dell’infanzia
quando mi perdevo
cavalcioni
sul muro breve
della mia fanciullezza.

di Giovanni Torres La Torre

Questo è ora il tuo corpo,
ricordo e cenere del frumento di sconfinante colline
in giallore di sole che matura ancora le spighe,
accorda chitarre di cicale e grilli,
ingrandiva richiami striduli di uccelli;
corvi e altra specie in vocazione di rapina,
sono tornati lungo orizzonti di fatiche
nelle terre spogliate da Verre,
ladro dell’Impero di cui fu Pretore,
storia tramandata da Cicerone
nella bella scrittura delle Verrine.