In quel camminare di tratti d’ombra

di Giovanni Torres La Torre

In quel camminare di tratti d’ombra,
a parlarci ed ascoltare, avventure mentali di eleganza
si connettono con gli orientamenti
di quelle bellezze di nervature di foglie
che amano però smarrirsi nei bordi
ove giungono, ai confini, per ritrovarsi.

Ti prende per mano, all’ultimo grappolo,
una stretta di carezza, e nei filari
delle sere, uno smarrimento di periferie esistenziali,
il fallimento della vendemmia
come se le parole di tutti gli alfabeti,
di innesti o potature non fossero state sufficienti.
In supplenza, ora, ritrovi in calice
di altro vino, una consolazione
come in nido che non vede altra residenza,
luogo quieto che fu di vita di raccolto
e poi, commiato di farfalla, inquietudini di ala
che veleggiano l’ultima collina
forse a cercare un’isola di silenzio con nome di vento.

Eppure, eppure profumi di violette
e semplicità di ricami su vestitini di lino,
affidano una grazia alla bellezza della vita,
al modello che il giorno indossa ma che reclama
una tinteggiatura, sbiancato sulle frange degli anni
al collare aperto a vaghezza di gardenia,
quando la carezza concede a quella grazia
un atteso dono.
Accompagnano il paesaggio terreno
cortei di nuvole, come baldacchini
del Corpus Domini quelle volte che i bambini
scoprivano le prime solenni meraviglie.
Volendo, potrebbero anche soccorrere la sete,
vigilare i sentieri, proteggere dall’arsura
i profumi azzurrini dei ricami
dell’origano.

Sereno d’acqua, nel racconto
dell’antico letto da sposalizio degli antenati
con madreperla di agi nobiliari,
offre un sussurro in sorseggiare
giunto del disgelo, il torrente
che suona in aiuto all’avventura dell’anima
scorrendo per la sua strada, andante e pellegrina,
forse inquietata per una qualche assenza,
qua e là a raccogliere, in supplenza,
incerta finzione, spigolatura di erbe.

Non è dato sapere per quale miracolo
il viaggio intravede una luce di confine,
e in grazia di cime di alberi che aprono
e chiudono il cielo, spiragli di una tenda
che attende un passante, un gioco del tempo
delle madri ai vetri delle strade,
luce che era ombra nel vivere una perdita
evocando l’inganno di una apparizione, gioco lieve
intramato da rimpianti di corpo di foglie
che avranno il loro autunno, seppure
ora vive, ma in quella attesa un quanto basta
alla maestà della metamorfosi dell’anima,
di un racconto semplice di vita che nell’urgenza improvvisa di confidarsi,
si finge romanzo, voce vagante degli anni.

Puoi ancora sognare quel che ti piace,
come gli occhi della fanciulla lasciata sola
seppure in splendore di colori
di una lontana estate;
ascoltare come sale e scende in arcate di valli
sonnolenza di frescura di muschio
che si salda sugli occhi delle pietre:
tenendosi per mano, in pausa di lussuria di colori
e cangiamenti di camicette, il viaggio
scrive e riscrivere il suo sillabario di emozioni,
cambia negli orli la fisionomia dei ricami,
del tempo del passo che si torce, santità
ferita nel costato svolta e si contrae
nella traccia che intravede, di un sentiero
ove, forse, torneranno le premure di ombre,
senza tempo come i gelsomini di ogni memoria.

In attese di altri notturni,
una polifonia di gesti cerca l’incanto di voci
e silenzi, creature di queste forme
viventi nelle foglie che anelano ad accordi d’ali,
ma le farfalle sembrano svanite,
si assentano al gioco che le aveva invitate
a liberarsi in paesaggi mentali
non segnalati dalle carte del mordi e fuggi.
Quelle di cui si vaneggia sono nei giochi
di aquiloni di vento, di somiglianze
e dissonanze di nuvole, seduzioni che scivolano
amorose e spavalde, in complicità che si lasciano andare
all’emozione del silenzio,
che abita, inconsapevole in ogni bellezza.

Prima della notte, sarà un’altra luce
a tremare e smarrirsi in lieve e ostinato languore
come in normalità di giorni, e distesa
per malinconia di quella eleganza di sentimenti
che possono lentamente congedarsi,
ma che, sin quando respirano aiutano a vivere.

Monti Nebrodi, Punti esistenziali di riferimento, Giugno 2019

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