Sul mare di antica Trazzera Marina

di Giovanni Torres La Torre

Sul mare
ove al canneto Nettuno ha donato il suo nome
e il Tirreno stende l’azzurro dei suoi lenzuoli,
la sera si è fatta miele.


Con un bacio sugli occhi, donando l’ultima luce
a vagheggiamenti di cammini di boschi
— sono in viaggi ali di cavalieri verso la luna —,
puoi tentare, volendo, di abbracciare
l’amore di una parola terrena,
i suoni della sua antica Scuola Poetica Siciliana
umiliata dagli ignoranti, e di quell’amalgama
di avverbi, plurali, dimezzamenti di consonanti,
stilemi di antico oro zecchino, sterpi ritrovati
e d’Arabia, con arsura nel petto e visioni di palmizi;
di Spagna e dei fiumi della patria lontana,
di cielo, di stelle e numeri, filosofia di divinità
nella lingua che venne e ci insegnò
a sognare altri mondi e astronomie.


La sovrapposizioni di linguaggi
indusse, dopo, i nostri sentimenti,
facoltà mentali e occhi di guardare
a farsi “cose che parlano”, persone che diventano
ombre del teatro della vita, di una visione del mondo,
magia di un bacio al pane caldo
con la croce sul petto, eucaristia
che si mangia con sillabe dell’anima.


Racconto che si finge e si fa musica,
vento che balla e gioca le sottane,
i capelli, la biancheria stesa al asciugare,
ciò che amiamo e non amiamo,
i nascondimenti del pensiero e altra roba
nella cassettiera di Salvator Dalì
e altri tesori degni di un tabernacolo.


Quell’amore di parola terrena,
con frantumi di silenzio che si tengono per mano
vuole traghettare verso le Isole di Cristallo,
chiama una assenza ad apparire,
quell’ombra in fuga in notturno
rapita da destino di conchiglia.


Ma quando Ecate congeda definitivamente il giorno
del suo tempo finito, quell’incanto si fa velo
e nasconde quel chiamare che si perde
nel commiato di intimo mistero.


Capo d’Orlando, Trazzera Marina, 5 Settembre 2019

Foto di Silvia Ripoll Lopez, 2019
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