Giorni tremendi

GIORNI TREMENDI
di Giovanni Torres La Torre

Offrono generosi le loro ombre
alberi, pietre e ali d’uccelli,
tendaggi di quiete e mobili
sulla poppa dei vascelli,
delusa l’attesa alla finestra
e intrapreso il viaggio
agitando fazzoletti.
Un sottile silenzio è rimasto
sul tavolo della cucina,
di architetture di bottiglie
in ansia che qualcuno torni a bussare
al silenzio duro della porta,
essa pure nell’ombra di un nome
caduto nella giusta stagione.
A una certa ora del giorno,
con altra forma chiara di bicchieri
l’illustrazione del calendario
annuncia che il pittore
è atteso da giocatori d’osteria.
Fanno paesaggio altre ombre metafisiche
nelle piazze di De Chirico,
dove il passante può smarrirsi
in cerca di qualcuno cui chiedere
dove conduce un segnale di rovine.
Fanno ombra alberi che non conosci
ove si incontrano acque e cigni,
in quel di Treviso
amabile nei versi di Dante,
nel silenzio che indugia sul lungofiume
prima di notte, nei saluti gentili dei passanti.

Sono giorni tremendi di lupi
per le strade del mondo.
Tacciono o urlano le ombre
alla luce che le possiede,
a volte è un dono che sorprende
bel fiore inconsueto,
estasiato nel profumo amoroso della creazione
che ancora resiste nell’elegante gesto
immune al grido di una figura,
o tremendo nell’impugnatura,
sussulto bianco dello smalto
di lampadario da cucina.
Malefica baionetta da guerra come un lampo,
gesto balcanino di sgozzamento
sulle rive innocenti di mari
nei condomini, nei boschi, ovunque capiti
che la vita abbia perso la sua forma chiara,
si confondono con altri contorni di ombre
che hanno saccheggiato
la fatica dell’umana tenerezza
che non più appare, e fattasi veleno
morde ora il ricamo
alla cifra della camicia di seta.
Non c’è ombra che germogli
a scavare l’ignoto e in soccorso
alla palpebra inquieta dell’amore
che gioca a dadi o altre numerazioni
nei giorni sempre uguali.
Negli inganni
delle stelle cadenti e degli oroscopi
lacera la notte l’urlo blasfemo del coltello dell’ISIS
che minaccia il punto preciso
della vena larga di questi anni disgraziati.
Dalla riva dei fiumi perenni
i popoli della terra guardano sgomenti
e frastornati si costernano,
in attesa che i Governi mettano a fuoco
la visione del problema,
ma da tempo mancano all’appello
milioni di fiori per le fosse comuni dei morti
e i marmi dei cimiteri.

Lasciava una eredità smarrita
l’ombra di Hiroshima impressa su muro
denudato dalla vita,
superstite dono alla memoria che resiste.
Di giochi innocenti
altre ombre d’aquiloni e foglie smarrite
fuggono dalle ultime alture
e sfidano i sogni a far meglio nelle loro apparizioni.
Di vita e morte resiste incarnata
la vita dell’uomo,
resta aperta la piaga di quando,
capace di tirare la fionda
spezzò l’esile filo dell’innocenza
accostando le labbra al veleno
del malefico che l’accompagna,
macchiato il vestitino bianco
con le prime lacrime di sangue
e lasciàti al loro destino di girovaghi di fame
i cavallucci intelaiati di ferro e cartone.

Abbandonate le strade del paese
generazioni di emigrati incontrarono nelle città operaie
i primi insulti alla terra natale,
i misteri gotici delle cattedrali,
figure altere di regnanti
additare oltre l’orizzonte delle nebbie urbane
cavalcando maestosi cavalli
azzoppati in passo di danza,
i confini dei mari,
terre ignote ove imporre figure di santità,
editti di rapina di fiumi e montagne.
Ma le ombre segrete dell’anima
il cui conio non è stato ancora svelato,
restano come macigni
privilegio delle vittime e possesso dei superstiti,
memoria di olocausto che brucia ancora,
nome gentile di Rehan, madre di Galip
e Alan Kurdi, sposa perduta di Abdullah,
e di mille e mille bambini,
lacerazione di corpi innocenti
sui denti aguzzi dei fili spinati
che mordono i confini del mondo.
Ombre impietose salgono dai fondali
del Canale di Sicilia e del Mediterraneo
già sacrari di antiche storie di civilt
ma ora di ossa spolpate nella sabbia,
nel biancore di conchiglie
scomposte e ove un tempo lune di monete e ori
con profili di imperatori,
cigni con nomi di regine di amabile ciglio,
forme eleganti di ceramiche e tavolette di scrittura,
raccontavano altra eternità di memoria
in continuo gioco d’ombra
nel lento giro di orologio solare.

Con noncuranza si increspa nei merletti azzurrini
nella sera del mare in vocazione di sonno,
l’onda per l’intero giorno rispettosa
e che ora, a far visita alla risacca
con voce di dedizione gioca con un filo di paglia.
Ma non chiedono clemenza i baci
che balenano negli occhi
domande con parole che non conoscono,
sicché il silenzio si fa complice
come quando, al soffio d’aprile
si svaga amore silente nel fuggire
con ali di farfalla e lascia alla collina
un rimpianto senza alcuno che lo somigli
nelle mobili e invaghite ombre d’ali
che persa ogni forma di ragione
consultano carte di chiromanti
alla ricerca di nomi di profumi o filtri d’amore,
musiche eterne o incantesimi
degli organi delle cattedrali.

Nello smarrimento, c’è da chiedersi
se sia ancora possibile credere
che la vita di un ebreo errante
sia stata quel meraviglioso poema
dell’uomo in solitudine nell’orto degli ulivi
tradito e rinnegato nel canto rauco dell’alba,
e quel gallo,
l’ultimo sopravvissuto della tragedia greca
che respira ancora
in estesi di vita e morte in gioco perenne.

Ma le ombre dell’anima
nella bellezza dei palmizi d’Oriente
o di paese siciliano,
nei voli divini di uccelli
che muoiono e risorgono dalla cenere
e dei frutti che tramandano la loro forma
al morso della fame e del sapore,
quelle no!, fioriscono nei cicli della luna,
moneta completa della festa
nel piatto d’argento colmo di confetti,
lasciata la falce dell’ultima stagione del fieno
ma sempre guardinga, nel sonno,
al riposo delle pannocchie,
quando ancora non si sono destati i coltelli
a terrorizzare le feste,
gli ottoni e i flauti nel canto del vino,
l’inizio di un viaggio per le strade del mondo,
oh coltelli maledetti!,
l’anima non trova più scampo nella sua fisionomia di carne.

Hanno voce per raccontare la memoria
i molti giorni di fatiche e suoni
che tornano con insensati monologhi
nascosti tra belle pagine di violette
e all’ombra dello scrittoio
ove, come ossessione dell’inchiostro,
i bei punti di ricamo, e inquieti
della tenda che respira alla finestra,
suggeriscono incredibili storie
a ombre che temono di svelarsi,
prese dal dubbio della loro identit
e paurose della meravigliosa sonorit
che si dispone ad accompagnarci con suono di fanfara
alla rappresentazione del girovago
che reclamizza a squarciagola
la trama del suo tremebondo teatro delle ombre.

Tutti passano e li vediamo passare
nel brusio quotidiano
a tessere una tela di ragno,
la cui seta tenta di connettere
il tempo e le varianti del labirinto
in cerca d’altro luogo di gioco più sopportabile
ma che ci somigli.

Capo d’Orlando, 2 Luglio 2016

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