Silenzio

di Giovanni Torres La Torre

“Non è successo niente”,
sospirò la luna
accostandosi a pozzo profondo di silenzio;
spazio di precipizio che attende
un gioco di mani sulla tastiera
pare non voglia toccare terra
e in attesa del tonfo che disegni
giochi di cerchi musicali
e poi esploda con gocce di stelle,
resta ancora in attesa
non avendo altro da chiedere.

“Non è successo niente”,
reiterò la luna note di pianto nella voce,
fatica di freddo di stagione
nel ripercorrere altri sentieri di silenzi,
varchi di cieli conosciuti
per adagiare e in riposo su quei lenzuoli,
segnali incipienti di luce,
una sapienza timida dell’anima,
un fiato che si disperda
nel tutto e che si veda passare
lasciando orme per un solo giorno.

“Non è successo niente”,
e fece capolino tra forme incompiute di nuvole
e notte che si annuncia generosa di luce, in lontananze
oltre il loro sonno, tra cannicci che guardano l’orizzonte
e riposi di barche con nome sul fasciame.
Ma da quelle parti, non c’è più
bellezza di sguardi che possa testimoniare
di aver visto morire la sera, eppure
eppure, la luce che svaniva in sua trasparenza
era suono d’acqua che raccontava una storia
a rive di rosmarino.

A portata di mano, quasi dolente
nella dolcezza di ginestre senza più occhi,
smemorato di sguardi ma in ascolto di passi
giungevano da bordi di nuvole cangianti,
un gioco di abbracci
e un farsi e disfarsi di vaghezze
di delicate figure.
Cercavano il loro notturno per invitarlo
a far visita a dimora di altra cometa
per riscaldare il freddo degli occhi,
persi gli scialli e le mani che si riparavano in supplica di consolazione.

Si perse quel notturno di cometa
in silenzio dolorante di mare e di vento
e non giunse altra voce che chiamasse
un invito di vino e di pane
nello stupore della stella dei Re Magi
col dono giunto da lontananza di giovinezza
che aveva incantato
speranza di anni,
intonaci rossi di bandiere e sangue,
ritratti di vita che attestavano l’appartenenza
ad un tempo di tragiche illusioni.

Cosa sia stato, dopo, il sogno, la luna non svelò.
Forse racconto di una incertezza
nell’ascolto di quel silenzio che incombeva,
o attesa di tonfo che chiarisse
se il fondo del pozzo fosse ancora acqua viva
o secco di terra,
o vi dimorasse divinità di una memoria
o preso possesso del luogo e spenti i lampadari,
la luce si era già rifugiata in definitiva solitudine.

Capo d’Orlando, 7 gennaio 2020

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