Giungeva da valli lontane

GIUNGEVA DA VALLI LONTANE
di Giovanni Torres La Torre

A eleganti figure
del paesaggio della bellezza.

Giungeva da valli lontane il fiume
a lambire fronde di confine
con una melodia al limite della dolcezza
e in cerca di altre voci di immaginazione,
compiutasi nel lungo viaggio
la consapevolezza del limite
della sua grazia, ora solitaria.
Figure nobili di luce e foglie
si espandevano allora a soccorso
e con innovazioni misteriose si intrattenevano,
comprimarie nella parte corale,
attorno alla finzione di un altare
appartato tra filari dorati di tralci.
Un tremore di ciglio, tuttavia
poteva smarrirsi nell’offerta del vino
che mano gentile offriva alle voci del coro.
Si poteva così intuire che una dèa innamorata
avesse preso a cuore i profumi soavi dei luoghi,
i canti memorabili di popoli giunti da lontano
con l’eleganza di altri alfabeti,
per erigere templi e castelli
e confini di possedimenti,
occupare luoghi per pratica di penitenza
in monasteri di meditazione
di cui Diodoro Siculo ha lasciato memoria,
senza però svelare il nome della dèa,
seppure annotasse che soleva indugiare
tra quanto sembrava chiaro
e la tentazione che la sua mano ricamatrice
abbellisce oltre ogni credibilit
il racconto tramato,
lasciando che fili di altra leggenda
trapelassero dall’intrigo della tela.
Anche un possibile inganno, malia consueta!
poteva apparire variante del mestiere,
più propenso a indugiare
tra i colori del piumaggio di un uccello
che nel misterioso lumeggiare di alone di lucciola
nella finzione di lanterna.

Un libro rimasto sullo scrittoio
parlava d’altro, aperto su pagine indulgenti
al profumo di nostalgie, alle quali
Laura delle Ninfe confidava i suoi patimenti
nel gesto di spegnere il lumino.
Solo allora, il profilo vivo di un esemplare di chiave
veniva affidato alla solitudine del chiodo,
abile a trattenere la curvatura chiusa di luna,
di sua grazia perfetta nel contorno
che abile maniscalco, morto per arsura di vino
aveva lasciato in dote alla sete delle anfore
delle cariatidi.
Del fabbro, trovato altro destino
restano vivi i suoni dell’incudine nel quartiere arabite
e su cui foggiava le sue immaginazioni,
i favolosi ippogrifi, ossessione nei vaneggiamenti
del barbiere del paese nel mentre lanzettava
i suoi martiri, e la sua faccia di soffiatore di vento,
un bel giorno preso congedo
nella fattezza dello sbalzo
senza più acqua alla bocca
e nella somiglianza di Bacco.

Salendo per altre valli e torrenti dei monti Nèbrodi,
alberi, suoni e canneti confondevano il paesaggio
in giallori di ginestre improvvise,
di ulivi e cipressi di confine a frangivento
con suoni di toponomi e svariati alfabeti.
Ivi, voci smaniose si cercavano
per piantumare alberi e fiori di desideri
che si spezzavano nel collo per lunga sete,
abbandonato il coro e smarrito il filo
del lungo racconto.

Trattengono ancora il loro rossiccio
il petto dell’uccello del giorno del supplizio,
la fragola del corbezzolo del Valdèmone
che al poeta aveva offerto
il sangue nel bicchiere,
nella generosa porzione che invita
a cercare ancora la bellezza subliminale
del desiderio, custodita in luogo di silenzio
ove un mitico uccello torna a cercare il suo nome
offrendo alla ferita della carne
il sollievo miracoloso di un’altra porzione.

Autunno 2016

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