Memoria di dolore si rifugia nel silenzio

di Giovanni Torres La Torre

Sullo specchio che guarda l’argento dei margini,
figura sacra di eroe
mostra un ricamo raggrumato in velluto di muschio,
impaurito lo sguardo senza altro futuro
desiderio di bacio la bocca lo ha perduto
e amorevole vena larga del collo
del tempo della gloria
non ha più sangue che chiami aiuto
ma il ginocchio caduto nella polvere
riluce nel bianco del marmo fattosi cristallo
per carezze di viandanti sempre più rari
nei cimiteri della storia che tramanda al vento
il tempo passato e gli anni della figura
posseduta sin dalla periferia della vita
quando l’infanzia si perdeva cavalcioni
sull’ultimo muretto del fiume
e sapeva ascoltare il suo orgoglio
nei giorni che maculavano le mani col mallo
e poco importava la differenza tra le cose
e altre essenze ancora nascoste sotto il cuscino.
Era la contemplazione innocente degli anni
attratti nell’ascolto di quel suono
niente di più di quanto sarebbe stato
tornando sui luoghi e in età grande
curioso di frequentare un’altra storia
e sentirsi ancora incantati
seppure smarriti in un feudo di memorie
in possesso di tanta vita di foglie e di nidi,
della loro eredità e dei tanti giochi a fuggire,
nascondersi nei misteri dell’edera
di merli di castelli turriti senza più occhi
alle feritorie per scrutare possibili ritorni.
Di quei libri seppure aperti in pagine deliziose
non fuggiva parola né suppliva leggenda
tanto era il peso fitto del piombo
e la voce stanca che raccontava,
erano allora momenti terribili di silenzio
cercando lettere giuste
la compostezza non definitiva di un sentimento,
un bene che si vuole a qualcuno
e che restava a sonnecchiare sullo scrittoio
tra pagine aperte perché fossero più di uno
a rintracciare sillabe della vita che si sanno dire,
potevano essere indizi di porte
che vanno in soffitta alla ricerca di voce sconosciuta
che esorta a salire,
forse nome di silenzio che ama la sua bocca
o gesto riposto là di vita incompiuta
o colore di bellezza sconosciuta
o suono inascoltato di fisarmonica stanca nel respiro
che più non piange per una moneta
con profilo di regina
pietosa e che risuona o eco di conchiglia
dell’ultimo destino che abbraccia ansia di petto,
tremore di grido incompiuto e polline di giglio
quando dorme nella luna di girasole
o briciola che s’era persa nella tasca del grembiule,
miele che non ha ancora confidato una storia
nella speranza che duri la parola
per raccontare il tempo ancora possibile
prima che l’ombra definitiva
si ritragga alla luce socchiusa
le cui tende giocherellano con lieve vento
per non turbare il silenzio.

II
C’è sulla carta come una incrinatura,
piega per un punto verso cui
la parola si conclude
fermandosi per una boccata d’aria,
legno storto che minaccia la gola
eppure natura sana chiude lo sgorbio
al muro di albero di fico il cui frutto
sulla faccia mostra una ferita,
allude a stagione matura di miele
a labbra che anelano alla sua bocca,
ma quando si allontana pressata ai fianchi
sono altri arrivi che non sanno
la fine che faranno i vivi su altro rigo
disperato e disteso come un deserto
quando l’orrore stringe l’inchiostro
nella goccia che non scende
al colore delle parole che non verranno
a costruire figurazioni a te ignote,
che da qualche parte oscillano come paglia
che infiamma sul pianto
soffoca la vita semplice delle cose
che pure potevano essere risparmiate,
tintinnio di lampadario nel terremoto
o improvvisa emozione che dura
impaziente di concludere.
Un grido dalla finestra a spaventare il passante
ha diffuso notizie sulla tragedia
che nessuno pensava potesse accadere.
La fitta al cuore ha imboccato così
la strada giusta perché la parola udita
aveva già un posto nel suo paesaggio mentale
e già filtrata come bevanda
di cui si ricorda colore e sapore
di quando capita con acqua e miele o foglia di alloro
che a dire non si compie fatica
quando con ferita connaturata nella carne
entra senza bussare comune amica,
luce di luna di lacca antica.
Passo che cade senza dir niente
e turba ciò che si vorrebbe pensare,
sogno paragonabile a levità di umana natura
nella certezza di un principio e di una fine.

Capo d’Orlando, Settembre 2017

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