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“Diario pubblico”

di Giovanni Torres La Torre

Vi amo, tremore di foglia,
emozione di palpebra
il vostro nome è Bellezza.

Quando si spengono i lampadari nel teatro dei giorni
l’altra luce che appare da dietro le tende
è ancora Bellezza.

Vi amo, bellezza che recita la finzione
rifugio dell’anima, della sete che rimane,
sangue che macchia gli inferni del mondo.

Vi amo, Bellezza del seme, fatica di zolla e dolore di frumento
oro che adorna splendore di grano saraceno
ladrocinio di Verre nelle terre dell’Impero.

Foglie d’autunno nei colori che si confondono
“verdastro e antico oro
e zolfo preso da turgore di terra”,
lasciandosi cadere dalla stanchezza del castagno
cercano riposo tra i ricci rimasti a bocca aperta
come nei cumuli dello sterminio.


Colori d’autunno nel bosco delle Caronie
da “Bellezza mutante”
Premessa di Aldo GERBINO
copertina di Silva RIPOLL
Plumelia edizioni, 2019

Il bosco, 1980, olio su tela, 1,50 x 2,00

“Diario pubblico”

di Giovanni Torres La Torre


Ascolto lontananze di luci e suoni
Polifonie di colori
Come se una divinità dei luoghi
Avesse voluto svelare un incantesimo
Con voce di flauto traverso
Ma non appare volto di sirena
Ma di colline di ulivi orientali
Nostalgia di orazioni amorose
Di scuola poetica siciliana
O ruote di carretti
Su pietre di fiumi che scorrono
Tamburi sulle aie
Che tremano sottane di gitane
Afrori nel piscio su fieni
Di giumente in calore
Una processione di stelle
Che recitano storie a più voci
In duetto di leggerezza scenica
Di un tramonto che recita
La morte di scialli di ultima luce
Predestinata a lasciare
Per legge di natura
Una dote di silenzio
Ultimo tremito di candela, oh sera!
Sul mare insanguinato di garofani
In lode che si lascia morire
In solenne liturgia di scrittura sacra di libri
E nel silenzio che il tempo merita.

Capo d’Oelando, 29 Marzo 2020

Labirinto di primavera, 2020

Diario pubblico

di Giovanni Torres La Torre

Viandanti della vita
si chiedono se ci sarà altro tempo
per l’utopia,
se potranno ancora scrutare le stelle
che orientano gli smarrimenti
vaganti di vele,
ascoltare parole nascoste,
e se il mondo che avevano sognato
ha ammainato le bandiere
o se, solitaria nella loro grandezza
resistono nei cori
del bosco della memoria.

Capo d’Orlando, 24 Marzo 2020

“DIARIO PUBBLICO”
di Giovanni Torres La Torre

A quel luogo della notte
luna solitaria del Monastero di Fragalà
tra veli d’inverno
negò il tempo della luce
e la parola ammutolì
immersa in altro silenzio
freddo di erbe umide.

Ad altro luogo di ombre innocenti
e per altri destini
dirada quel fumo di nuvole
che si rifugia
nel vuoto di fuochi
che hanno donato al vento
un riparo di lenzuoli
anneriti dal carbone.

La parola si fece silenzio
svanendo su umori di muschio
di pietre notturne
alla fontana della notte,
alla finestra che non suona l’armonica a bocca
né offre il fiore dell’amore che si può
vagando con gli occhi i nascondigli delle stelle
per trovare qualche nome da spendere
al mercatino dell’usato
il giorno che nasce la primavera
sorridente a rallegrare le foglie.

“Diario pubblico”
di Giovanni Torres La Torre

Ove giungi, occhi stupiti in ansia di gemme
su incanti di ginestre
chiedono da che parte di mondo vieni,
e chi cerchi.

“Qualcuno mi ha chiamato”
e sveli di essere là in visita
a divinità di silenzio.

Indichi un labirinto di bosco
come per condurre le mani
a fiati di marasmi di pentagramma
che attendono di accarezzarti la fronte.

Svolta all’orizzonte
lontananza di cielo e mare,di amori e ombre,
un levità ambigua che accarezza
le frondi di incipiente primavera.

Serena,una tensione indugia
in armonie di varianti
di un rivolo che confida col ruscello
una empatia.

di Giovanni Torres La Torre

Quella musica sconosciuta
Qualcuno un giorno dirà
Agonizzi da sempre
Nell’eterno fuoco.
Non saprà svelare
Da quale parte
Ci perdiamo a navigare
In tutto quell’altro
Che nascondiamo
Non avendo tempo
Di svelare il sogno.
Si continuerà così,
Persa la stella
Navighiamo a vista
In tutto quel mondo
Che non ha più
Voce per dire.

Dall’oscura foresta di Giovanni Torres La Torre

in memoria di
Anna Frank


I
Dall’oscura foresta
vento di cattivo augurio
di cui il mondo ha conosciuto
il nome di sventura,
giunge a scuotere i platani
delle città d’Europa,
altri alberi e lampioni
e scantinati che cercavano scampo
al terrore dei giorni,
quando per le strade
le armi dei nazisti e dei nostrani
andavano a caccia di ebrei
e altri innocenti malvisti
dalla tirannide.
Quel vento ulula ora
anche con voce di poveri disperati,
odio per altri poveri
mentre suprematisti planetari
intossicano le parole che corrono veloci,
armano mani plebee e proletarie
con pietre e clave e minacce di pistola,
cingono con filo spinato
fiumi e montagne
avvelenano pozzi d’acqua
l’inchiostro dei libri,
il fiato di cantare di poeti e giornalisti
e il suono delle campane e l’incenso santo.

di Giovanni Torres La Torre

“Non è successo niente”,
sospirò la luna
accostandosi a pozzo profondo di silenzio;
spazio di precipizio che attende
un gioco di mani sulla tastiera
pare non voglia toccare terra
e in attesa del tonfo che disegni
giochi di cerchi musicali
e poi esploda con gocce di stelle,
resta ancora in attesa
non avendo altro da chiedere.

“Non è successo niente”,
reiterò la luna note di pianto nella voce,
fatica di freddo di stagione
nel ripercorrere altri sentieri di silenzi,
varchi di cieli conosciuti
per adagiare e in riposo su quei lenzuoli,
segnali incipienti di luce,
una sapienza timida dell’anima,
un fiato che si disperda
nel tutto e che si veda passare
lasciando orme per un solo giorno.

“Non è successo niente”,
e fece capolino tra forme incompiute di nuvole
e notte che si annuncia generosa di luce, in lontananze
oltre il loro sonno, tra cannicci che guardano l’orizzonte
e riposi di barche con nome sul fasciame.
Ma da quelle parti, non c’è più
bellezza di sguardi che possa testimoniare
di aver visto morire la sera, eppure
eppure, la luce che svaniva in sua trasparenza
era suono d’acqua che raccontava una storia
a rive di rosmarino.

di Giovanni Torres La Torre

Nei labirinti del mondo
altri presepi arredano la festa
con scarti di opulenza
e rovine di guerra,
scheletri di boschi come sacre colonne
nei giorni dei sacrilegi.

Nelle baraccopoli del mondo
non c’è futuro per la pace promessa,
non ha scampo la parola
che muore di sete
o recisa alla gola:
i dèmoni del cielo e della terra, discendenti di Erode,
hanno avvelenato i pozzi,
i frumenti nella tenerezza di crescere
canti e voli di uccelli, l’innocenza dei bambini,
scomposte le belle forme degli antichi alfabeti,
i ricami e i racconti delle sacre scritture,
saccheggiate le urne
dell’oro dell’incenso e della mirra,
trafugati i calici dei tamburelli di farina
e del vino fattosi sangue,
le pale degli altari, la sacralità
e la mitezza delle belle madonne.